Deviazioni - Libri, saggi, letture che spostano lo sguardo
- 11 gen
- Tempo di lettura: 2 min
Proseguo il mio Taccuino Europeo con una deviazione che per me è stata potente, necessaria, trasformativa. Un libro che ho amato profondamente, scritto da uno scrittore-viaggiatore capace ogni volta di aprire orizzonti, prospettive, punti di vista nuovi:
Canto per Europa, di Paolo Rumiz, edito da Feltrinelli nel 2021.
Un canto antico e una dichiarazione d’amore
Canto per Europa si legge come un rito arcaico e, allo stesso tempo, come una dichiarazione d’amore politica e culturale. Rumiz parte dal mito della principessa Europa per restituire alla parola Europa la sua dimensione originaria: non un’istituzione, non una moneta, ma una storia di viaggi, di incontri e scontri, di migrazioni, ferite e rinascite.
La figura mitica di Europa — rapita da Zeus e portata oltre il mare — diventa qui una donna siriana, ferita nel corpo e in fuga da guerre e violenze. È il simbolo di un continente che nasce da un trauma, da un viaggio non scelto, da una trasformazione che è insieme perdita e possibilità.
Rumiz ci ricorda così che l’Europa non è solo un progetto politico: è una storia fragile, complessa, continuamente esposta al rischio e alla rinascita. E soprattutto, ci ricorda che il mito fondativo è donna, è femminile: nascita, rigenerazione, possibilità.
La voce degli aedi
Ciò che mi ha colpito e affascinato più di tutto è la scrittura.Qui Rumiz scrive come un aedo omerico: il testo ha un ritmo cadenzato, orale, quasi rituale. Non racconta: invoca.
Il libro è attraversato da quattro viaggiatori-aedi che solcano il Mediterraneo, portando ciascuno il proprio rapporto con l’Europa. Le loro voci compongono un canto corale: Europa come donna d’Oriente, madre di passaggi, custode di un’antica cultura mediterranea oggi soffocata dal consumismo, dalle guerre, dalla perdita di identità.
Tra questi cantori, il narratore — un astronomo di origine dalmata, detto Scriba, Barbadineve, il Taciturno — pronuncia una delle frasi più dure e necessarie del libro:
«Voi, tristi abitatori delle nebbie, che avete rinnegato vostra madre: troppo tardi, ho paura, capirete che senza Europa farete naufragio».
Di fronte a questa esortazione, non possiamo restare immobili. Occorre reagire, mobilitarci, agire. Partendo da ciò che siamo stati e da ciò che rischiamo di perdere: la nostra identità profonda, i nostri valori, la nostra storia e cultura europea — unita nella diversità.
Questa deviazione del Taccuino Europeo è un invito a tornare alle radici, a sottrarre l’Europa alle false narrazioni e ai miti impoveriti, per restituirle la sua natura originaria: un canto plurale, fragile e potentissimo, che merita di essere ascoltato e raccontato ancora.
