Lost in translation: quando il lessico della progettazione europea crea più problemi che chiarezza
“I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo.”Ludwig Wittgenstein, Tractatus Logico-Philosophicus, 5.6
Chi lavora nella progettazione europea può trovarsi, soprattutto se junior, in una situazione di scarsa chiarezza terminologica.
Nel film di Sofia Coppola Lost in Translation l’incomunicabilità attraversava persone, lingue e una Tokyo notturna. Più prosaicamente, nella progettazione europea il problema nasce spesso dal tentativo di ricondurre termini inglesi a parole italiane che sembrano equivalenti, ma che appartengono ad aree semantiche non sempre perfettamente sovrapponibili.
E quando quelle parole definiscono la logica di intervento della matrice logica, la questione non è affatto marginale. La matrice logica è infatti uno dei documenti fondamentali nella definizione dell’idea progettuale: organizza la gerarchia degli obiettivi e rende leggibile la coerenza dell’intervento. Le Project Cycle Management Guidelines definiscono la prima colonna del Logframe proprio come la sintesi della means-end logic del progetto.
Mi concentro su quattro termini: result, output, outcome, impact.
Result: risultato, sì. Ma quale?
Nelle Project Cycle Management Guidelines della Commissione europea, il Result è il risultato diretto e tangibile — beni e servizi — prodotto dal progetto e largamente sotto il controllo del project management.
La stessa guida parla di results/outputs come miglioramenti tangibili di servizi, strutture o conoscenze che sostengono direttamente il raggiungimento dello scopo del progetto.
È la logica a cui continuo personalmente a fare riferimento.
In Erasmus+ abbiamo conosciuto, nella precedente programmazione, gli Intellectual Outputs. La terminologia è cambiata, ma resta l’idea di qualcosa che il progetto produce, utilizzabile, condivisibile, disseminabile e trasferibile.
Il problema? Result non ha sempre questo significato ristretto. In framework più recenti può diventare un termine ombrello che comprende outputs, outcomes e impacts.
Ed eccoci già lost in translation.
Output: ciò che il progetto produce
L’output deriva direttamente dalle attività ed è sostanzialmente sotto il controllo del progetto.
Può essere un toolkit, una metodologia, un curriculum, un programma formativo, una piattaforma, una ricerca, una guida o materiali didattici.
Il documento DG EAC dedicato ai risultati dei progetti Erasmus+ comprende infatti tra gli outputs training materials, joint curricula and/or training programmes, joint online courses/modules, toolkits e guides.
Outcome: ciò che cambia
Con l’outcome saliamo di livello.
Non parliamo più di quello che abbiamo prodotto, ma del cambiamento generato nei destinatari: competenze rafforzate, nuove capacità, cambiamenti nelle pratiche o nei comportamenti.
DG EAC distingue infatti gli outputs, prodotti tangibili, dagli outcomes, definiti come valore aggiunto immateriale generato attraverso l’implementazione del progetto.
Nella logica della matrice è il livello che personalmente collego allo scopo del progetto. Le PCM Guidelines mostrano infatti la progressione: prodotti i Results, questi contribuiscono al raggiungimento del Project Purpose.
E poi arriva il formulario Erasmus+ KA2…
Ed è qui che bisogna stare davvero attenti.
Nel formulario dei Partenariati di cooperazione Erasmus+ KA2 troviamo:
“What are the concrete objectives you would like to achieve and outcomes or results you would like to realise?”
Ma, nella descrizione delle attività dei Work Package, viene chiesto:
“Describe the expected results of the activity.”
E allora qualche dubbio è legittimo.
Quando Erasmus+ scrive “results”, sta parlando di output? Outcome? Entrambi?
La parola, da sola, non basta. Occorre capire a quale livello della logica progettuale si riferisce la domanda.
Impact: oltre i confini del progetto
L’impact riguarda invece il cambiamento più ampio e di medio-lungo periodo al quale il progetto contribuisce: nelle organizzazioni, nei sistemi, nelle comunità, nei territori o nelle politiche.
Nella matrice logica lo collego all’Overall Objective: non è direttamente controllabile dal progetto, ma rappresenta il cambiamento più vasto al quale esso concorre. Le PCM Guidelines collocano infatti l’Overall Objective a un livello più ampio di impatto settoriale o di policy.
Un esempio chiarisce tutto:
Activity: realizzare un corso di formazione per 30 educatori.
Output: curriculum formativo + materiali didattici + toolkit.
Outcome: educatori con competenze rafforzate e pratiche professionali migliorate.
Impact: miglioramento più ampio e duraturo della qualità dell’offerta educativa.
Quindi:
Output → ciò che produco.Outcome → ciò che cambia nei destinatari.Impact → il cambiamento più ampio al quale contribuisco oltre i confini del progetto.
E allora: quale terminologia usare?
Non credo esista una risposta valida una volta per tutte.
Le fonti europee sono cambiate nel tempo e non sempre utilizzano questi termini con perimetri perfettamente sovrapponibili. Lo stesso documento DG EAC sui risultati Erasmus+ definisce, ad esempio, Results = Outputs + Outcomes.
Personalmente continuo a trovare molto efficace la logica delle Project Cycle Management Guidelines: result/output al livello direttamente controllabile dal progetto, outcome collegato allo scopo, impact collegato all’obiettivo generale.
Ma soprattutto, se siete all’inizio: non fidatevi automaticamente della traduzione italiana. Tornate al termine inglese, alla sua definizione e alla funzione che svolge in quella specifica domanda del formulario.
Perché, nella progettazione europea, perdersi nella traduzione può significare perdersi anche un pezzo della logica del progetto.
European ideas. Human connections. 🩷🇪🇺
